Angoscia e razzismo

 

Son stata contattata dalla mamma di un adolescente appena diplomato, facente parte di un nucleo familiare residente da anni nel territorio e che solo ultimamente manifesta evidenti segni di disagio sociale, desideroso di partire per un periodo nella propria zona di origine dei genitori (Nord Africa).

La paura della signora è che questo viaggio non abbia mai una fine, e che diventi una scorciatoia del figlio per allontanarsi dalla Sardegna, dove lei e il marito scelsero di vivere e lavorare quasi trent’anni fa, e dalla quale ora il figlio pare volersi allontanare alla svelta. La signora si dice soddisfatta della scelta fatta allora nonostante ora si senta in colpa per questo figlio che, solo ultimamente, le ha confidato alcuni eventi di stampo razzista, di cui è stato vittima. Vista l’età del ragazzo, sarebbe un bene per la signora dargli fiducia e fargli fare questo viaggio, come fanno molti suoi coetanei, mettendo comunque in conto che potrebbe scegliere di non abitare in futuro vicino alla famiglia.
Riguardo la problematica del razzismo, come ogni fenomeno sociale, esso ha alla base un costrutto psicologico universale che può variare da Continente a Continente per grado di intensità, ma che ricalca il costrutto di ogni tipo di intolleranza mondiale, caratterizzato da emozioni negative di base: rabbia, paura, tristezza, sorpresa, disgusto.
La rabbia e la paura appartengono entrambe a quelle che vengono definite emozioni di emergenza: attivano il sistema simpatico-surrenale in modo da fornire un carico di energie necessario a lottare o a fuggire. Davanti ad uno stimolo pericoloso il sistema muscolare si carica e si attiva in vista dell’azione difensiva.
Per restare nell’area psicologica, è importante sapere che il razzismo (e l’intolleranza in genere), ha alla base un meccanismo di difesa che il soggetto razzista utilizza per liberarsi di un conflitto interno (la famosa angoscia nevrotica di memoria freudiana) e che proietta su un individuo, così da farvi convergere tutti i sentimenti ostili legati alla parte di sè che non si vuole riconoscere e/o accettare. Solitamente le persone accomunate da uno stesso pensiero xenofobo tendono a far gruppo, a supportarsi le idee affiliandosi tra loro, fino a costruire delle vere e proprie motivazioni pseudo-razionali per giustificare questo rifiuto verso il diverso; internet e i Social hanno poi amplificato questi fenomeni, che si nutrono dai fatti di cronaca nei quali son coinvolti individui stranieri.
In un periodo storico, politico, economico e sociale come questo, tra cronaca violenta in tante regioni italiane, precarietà, crisi, sfratti, le minacce reali internazionali di gruppi integralisti, i numerosi sbarchi sulle nostre coste di extracomunitari da alloggiare urgentemente in strutture di accoglienza, le angosce e il senso di minaccia rafforzano il sentimento di intolleranza e di ostilità. È naturale ad esempio che se in una certa comunità il 70-80% di delitti e violenze son compiuti da extracomunitari, il restante 20-30% autoctono tenderà a manifestare atteggiamenti di intolleranza; è meno giustificabile che gli stessi atteggiamenti preventivi di rabbia e paura (post su fb, fiaccolate, manifestazioni, raccolte firme), vengano perpetrati in paesi di 5/10 mila abitanti con 70, 80 stranieri totali che non hanno mai compiuto nessun tipo di infrazione. Rabbia e paura nutrono questa angoscia contagiosa, tanto da non poter più definire il razzismo elemento distintivo del basso popolo o della scarsa scolarizzazione.
Siamo tutti potenziali razzisti, se non troviamo qualcuno che ci faccia conoscere nuove realtà e nuove alternative di convivenza, che ci aprano alla Mondialità. Più una persona riesce a trovare soddisfacimento nella propria vita, nelle proprie azioni, nel proprio orticello, nel proprio tempo libero, più basso sarà il rischio di proseguire atteggiamenti che rendono l’altro (il diverso) una “cosa”, un peso, non più umano, senza storia, senza tradizioni, senza emozioni; un peso da allontanare e da umiliare. Naturalmente per combattere il pregiudizio la strada è lunga, non si può pensare dall’oggi al domani di far convivere etnie e razze diverse che ciclicamente cambiano in base agli assetti politici di tutti i Continenti; si può aspirare a un efficace rete di convivenza e condivisione, solo nella misura in cui si stabiliscano chiare regole e leggi su immigrazione e criminalità, applicabili universalmente, indistintamente. Non basta neanche l’anacronistico “anche gli italiani nell’800…”, ci può credere un bambino di tre anni, ma poi a sei anni gli basterà leggere un qualsiasi libro sull’argomento per capire la differenza tra profugo e migrante e tra Ellis Island nell’800 e Lampedusa 2015. Se una Nazione, una Regione, una Provincia vengono lasciate sole a far fronte a una serie di disagi reali, questa convivenza non arriverà in tempi brevi.
Il figlio della signora è un cittadino italiano e la famiglia è ben integrata, consiglio quindi alla signora di soppesare meglio le giustificazioni del figlio e provare a parlargli per capire altri eventuali disagi tipici adolescenziali che lo turbano.

 

 

Psicologa

Specialista in Psiconcologia

 ALICE BANDINO

Dottoressa in

Psicologia Clinica e di Comunità

 

 

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