Autolesionismo e Emozioni.

Dott.ssa Alice Bandino

psygoalicebandino@outlook.it

 

Tempo fa avevo parlato del preoccupante fenomeno adolescenziale del cutting. Ne riparlerò oggi, in seguito alla mail di una docente accortasi di evidenti tagli autoinferti su braccia e gambe di una sua studentessa. L’autolesionismo è una pratica utilizzata in diverse epoche e culture a livello mondiale; senza divagare in esempi di ascetismo e/o altri rituali di mortificazione della carne, proverò a contestualizzarlo ai giorni nostri. Ci vuole molta attenzione per accorgersi di un disagio simile in atto. Qualche anno fa si è provato ad associare il cutting a una pratica tipica della comunità emo, relegando il problema a mera moda passeggera: l’ emo (ispirato a una tipica subcultura americana, musicale e sociale) col dolore dei tagli prova piacere in contrasto con le pene terrene; così facendo non si è cercata l’origine del disagio ma si è stereotipato il disagiato per arginare il fenomeno stesso, permettendo invece che esso si diffondesse tra i giovani grazie anche a chat e gruppi Fb che riuniscono confidenze e particolari sul cutting. Gli adulti spesso non capiscono perché un minore dovrebbe farsi male, visti i problemi lontani anni luce dai veri problemi della vita. Niente di più vero, se lo si guarda con gli occhi adulti. Proviamo invece a guardarlo coi loro occhi. Cosa può esserci di così grave da portare al Cutting? Le motivazioni son tante quante le persone che lo praticano. Chi lo fa non appartiene a una categoria: già negli anni 70 psicologi e analisti comportamentali trovarono correlazioni tra autolesionismo e un malfunzionamento strutturale e/o funzionale tra il soggetto e il resto del mondo, o tra il soggetto e il proprio Sè. Una “fuga”dal reale, un evitamento del dolore che una situazione stressante comporta a livello cognitivo e emotivo in loro, un’automedicazione che il corpo attua per “alleviare i pensieri della mente”, capace di provocare nell’individuo un piacere( passeggero, come una droga).

In Florida il Dottor Iwata docente, psicologo e psichiatra dai primi anni ottanta ha condotto ricerche e analisi funzionali su centinaia di casi. I risultati dicono che nel 95% dei casi vi è una causa precisa pronta a emergere col sostegno psicologico, fuga dal dolore ma anche piacere per l’attenzione suscitata una volta scoperti. Le ricerche sulla “regolazione delle emozioni”, suggeriscono che una particolarità della non condivisione delle emozioni è l’intensità delle emozioni negative che suscita anche solo il ricordo di un evento spiacevole. Più vergogna e senso di colpa ci attanagliano meno racconteremo l’evento. Più l’interlocutore è distante da noi e non giudicante, più tenderemo a confidarci. E’più probabile che l’adolescente riesca a confidarsi con un estraneo o uno psicologo che li ascolti, piuttosto che col proprio genitore che potrebbe essere visto come ostile o addirittura causa di questo malessere.

Psicologa

Specialista in Psiconcologia

 ALICE BANDINO

Dottoressa in

Psicologia Clinica e di Comunità

 

 

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