Emozioni e disagio

Alice Bandino*,

*psicologa

psygoalicebandino@outlook.it

 

L’intelligenza emotiva comprende anche la capacità di riuscire a mettere in parola insieme ad altre persone le nostre emozioni,  quelle “piacevoli” e quelle “spiacevoli”. Si tratta di dare un nome ai disagi personali che viviamo, di esprimere le nostre debolezze e sofferenze personali a qualcuno che sia pronto ad ascoltarle, di riuscire, seppure con uno sforzo personale, a mettere in parola i nostri “non detti”, ciò che tende a diventare indicibile, ovvero, la competenza del  linguaggio emotivo. Nella vita accadono eventi che mettono a dura prova la nostra struttura mentale intrapersonale  e interpersonale. Spesso si identifica il benessere come una situazione legata al possesso di  beni strettamente materiali e siamo socialmente portati a provare empatia per individui ritenuti “deboli” perché indigenti o fisicamente malati e meno per chi è stressato da eventi avversi che ne minano la psiche. L’Oms da anni ha ampliato la concezione di “Benessere”, intendendolo non più come un’assenza di malattia ma come tutto ciò che rende l’individuo ben adattato nella realtà che vive quotidianamente.

Ciò significa che la persona sana è serena e soddisfatta della propria vita nonostante vi siano uno o più distress nella propria vita(una morte, la perdita del lavoro, una separazione, una malattia ecc..). L’intelligenza socio emotiva, soprattutto a livello di prevenzione comunitaria  scolastica, ricreativa, religiosa e lavorativa, è molto utile per fornire ai singoli strumenti utili sia per esperire eventuale disagio e chiedere quindi un aiuto, sia per riconoscere a livello interpersonale eventuali disagi. Questa capacità sembra scontata e innata, ma non è così. L’uomo è portato per retaggio culturale, evoluzionistico e primordiale a proteggere, difendere e preservare la propria specie (nei fatti la propria cerchia di familiari e amici stretti) e a trascurare i disagi altrui. Le cronache ci riportano spesso realtà di disagi intensamente sofferti, e ci si spende in massa a livello sociale per contestarli, risolverli, condividerli, mentre sarebbe bastato riconoscere il disagio allo stadio iniziale. Le  persone “sane”(o  meglio adattate), come possono accorgersi di chi sta male, se quest ultimo non chiede aiuto o sembra rifiutarlo? Ci vuole molto dialogo e empatia per accorgersi e per sostenere. L’aiuto professionale è sempre il più indicato, ma anche il sostegno amicale può essere una soluzione, laddove si abbiano le competenze per farlo. Mostrare interesse per le avversità altrui è utile se ne consegue un intervento mirato, utile, non per mero ascolto passivo.

Anche la persona più orgogliosa, diffidente e risentita  se si sente protetta e compresa sarà meno restìa all’aiuto così da riuscire a rimodulare la propria autostima e superare il disagio (più o meno grave che sia).

Psicologa

Specialista in Psiconcologia

 ALICE BANDINO

Dottoressa in

Psicologia Clinica e di Comunità

 

 

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