mOBBING: LE ANGHERIE SUL POSTO DI LAVORO (E NON SOLO...)

Mobbing: le angherie sul lavoro.

 

Mi scrive una lettrice vittima in passato di mobbing, tornata in Sardegna dopo anni vissuti nel nord Italia. Scrive per chiedermi come poter evitare che la sua esperienza si ripeta col figlio, da poco vittima di pesanti scherzi sul luogo di lavoro. Seguono importanti dettagli.

Spesso in questa rubrica ci siamo occupati di bullismo e il mobbing (da“to mob”, molestare, tormentare), non è altro che la versione adulta di tutta quella vasta gamma di soprusi e angherie compiuti/subiti tra adulti, che possono essere perpetrati in qualsiasi ambiente dove esiste una realtà gruppale, associazionistica e di aggregazione sociale e sfocia come conseguenza di disfunzionali e errate dinamiche di gruppo, che spesso si consumano sul posto di lavoro, vista la mole di ore condivise tra colleghi.

Esistono tre stili relazionali di base, presenti sin dall’infanzia, dai quali si dipanano gli altri atteggiamenti per gestire quotidianamente i nostri rapporti interpersonali: l’andare verso gli altri; l’andare contro gli altri; l’andare via dagli altri. Una persona sana e equilibrata riesce a utilizzare tutti e tre gli stili relazionali in base al contesto, gli stili si completano e formano una personalità armonica.

Esistono però dei casi in cui uno dei tre stili predomina sugli altri due e ciò può provocare disadattamenti e difficoltà relazionali.

Una persona che va contro nella propria vita, tenderà anche ad avere coi colleghi emozioni e atteggiamenti orientati alla lotta, al combattimento e all’aggressività. Di contro, questi individui trovano spesso persone più passive e tendenti alla fuga dalle fonti di stress, sulle quali sfogare le proprie ansie e le proprie insicurezze.

L’incontro/ scontro tra questi due stili provoca in coloro che subiscono il mobbing, la cosìdetta ansietà di base, che se non gestita in modo adeguato, può portare alla nevrosi dell’ansia.

Le conseguenze del mobbing possono essere l’isolamento emotivo, l’ostilità tra gli individui, la paura, la sensazione di incapacità soggettiva, la rabbia, la frustrazione, la demolizione della propria autostima, la proiezione del proprio malessere lavorativo nella vita familiare; andare a lavoro diviene un incubo e anche iul rendimento lavorativo crolla, non solo per la vittima, ma anche per i colleghi che assistono inermi a questi soprusi senza aiutare il collega né opporsi al collega/ carnefice, che spesso corrisponde al capo. Consiglio alla signora di spingere il figlio a reagire, bisogna affrontare i conflitti apertamente per trovare una propria soluzione personale, per ritrovare l’armonia interiore e per raggiungere una buona abilità intrapersonale. Subire non serve, anzi, la paura delle vittime è la forza dei carnefici; se col dialogo e il confronto non si ottiene soluzione, se la psicologia non basta, denunciate, l’arroganza e l’ingiustizia vanno combattute, sempre e con ogni mezzo.

Psicologa

Specialista in Psiconcologia

 ALICE BANDINO

Dottoressa in

Psicologia Clinica e di Comunità

 

 

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